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"Fare il bene e farlo bene" (San Leonardo Murialdo)

A MAL TIEMPO BUENA CARA

Di Mattia Altran. "Doña Birmania! Que tal? Como le va todo?" "Buenos dias don Matias! Aquí no más, dale que dale, no nos queda otra. A mal tiempo ... buena cara!" Ecco che allora una nuova giornata di lavoro può avere veramente inizio in quel di Cochapamba, quartiere situato nella parte nord di Quito, quota 3200 metri. In Italia evito la montagna come gli juventini, qui in Sud America mi ritrovo sempre a quote impensabili.

E' praticamente dal primo giorno in cui abbiamo iniziato ufficialmente le nostre attività da volontari che questo rituale sacro mi accompagna. Una specie di badge senza il quale non posso entrare al lavoro. A mal tiempo buena cara. Che frase meravigliosa. Sii positivo anche quando le cose vanno malissimo. La soluzione per qualsiasi problema, che sia un'annata negativa per il raccolto, la sconfitta de la Liga de Quito nel “clasico” contro il Barcelona (da non confondersi con la, ahinoi, più famosa squadra spagnola, sui cui giocatori tralascierò ulteriori commenti) o il/la fidanzato/a che ti lascia per un altro/a.

Solo a una cosa non c'è soluzione, vero doña Birmania? "A la muerte". E giù a ridere. Perché anche della morte alla fine ridiamo in quel di Cochapamba. Non come sfottimento, chiaramente. Chi si sogna di mettersi contro colei che ha la falce dalla parte del manico? Però la risata è liberatoria, è forse il miglior esorcismo per scacciare ansie, timori, preoccupazioni che si annidano in noi. E qui la morte è accettata come parte dell'esistenza. Quando arriva, arriva. "Sono caduta dal secondo piano, e mi sono rotta un paio di ossa. Ma non era destino che quel giorno dovessi morire." E così fisioterapia a colpi di riabilitazione e di "buena cara".

Doña Birmania è una delle anziane che vengono la mattina presso il centro delle suore del Cottolengo, dove possono svolgere diverse attività e mangiare un ottimo pranzo preparato dalla cuoca, doña Carmen. Il modo migliore per far sparire la parola "solitudine" per almeno qualche ora dalla loro quotidianità.

Tra alfabetizzazione, lavori manuali, e la nostra presenza (permettemi questo scatto di autoesaltazione), questi arzilli vecchietti si ritrovano a scherzare, a lavorare, a mantenere corpo e mente lucidi. Fatevi voi a 80 anni le rampe di Cochapamba. A 3200 metri poi. Che a confronto Zoncolan e Mortirolo sembrano cavalcavia.

Il programma di alfabetizzazione degli anziani, portato avanti dal governo Correa, è un elemento che ho trovato da subito interessante. Tranquilli, l'articolo non è sottoposto alla censura del governo ecuadoregno e pertanto tale aspetto non lo metto in risalto per fini propagandistici a favore del presidente Rafael. Però è indubbio che vedere persone tra i 70 e gli 80 anni andare a scuola come i bimbi che vengono al pomeriggio presso il centro è qualcosa che colpisce. Perché da noi ormai leggere e scrivere è dato per scontato siano due capacità che un individuo comune possiede.

Beh, vuoi perché sotto all'equatore tutto va un po' al contrario, compresa l'acqua quando gira giù per la tazza del water (confermo, va in senso antiorario), vuoi perché evidentemente la Storia con la S maiuscola dell'Ecuador, e dell'America Latina in generale, è un po' diversa dalla nostra, ebbene ecco che idee, convizioni, cose che diamo per scontato in Europa, anche banali, non lo sono più, appena varcate le colonne d'Ercole.

E quindi eccoli lì, questo gruppetto di 14-15 vecchietti, il cui numero varia a seconda della giornata, a imparare le vocali e le consonanti. E scrivere il proprio numero di carta d'identità, e il proprio nome e magari anche il cognome. Sorrido di quelli che vengono quando di colpo di ritrovi colmo di tenerezza. Perché un conto è sentire i racconti, o le frasi retoriche, di chi ti dice "Lì si accontentano di poco"; un altro è vedere con i proprio occhi la felicità che promana dalle iridi di questi anziani per la festa di consegna del diploma. Difficile esprimerlo a parole, figuriamoci descriverlo. Un sorriso penso possa essere il riassunto migliore dell'agglomerato di sensazioni e emozioni provate in quel momento.

E poi, prima del pranzo, momento di raccoglimento, di battute, di scherzi e di chiacchiere. Le storie sono le più diverse, e raramente ce ne capisco qualcosa. Non per problemi di comunicazione o di comprensione, che per fortuna lo spagnolo lo parlo e capisco, ma perché le storie si arrichiscono o si privano, a seconda della giornata, di nuovi dettagli che non c'entrano niente col racconto del giorno prima. Una specie di Odissea versione post-moderna, in cui mi ritrovo a navigare sperduto tra la famiglia "bananera" di doña "Amaltiempobuenacara" Birmania, e della nipote brava a scuola di doña Carmen (non la cuoca). D'altro canto, se per strada dicessi ad alta voce "Carmen!", probabilmente si girerebbero almeno metà delle donne, che tra primo e secondo nome un Carmen ce l'hanno.

Ma eccola che arriva. Doña Mercedes. "Impossible is nothing", diceva una nota pubblicità Adidas. Sfiderei i creatori di quello spot e Muhamad Alì, che se non ricordo male ne era il testimonial, a venire qui e farle fare una doccia. Ti saluta sempre col suo sorrisone sdentato, contentissima di vederti. Le unghie lunghe, la pelle segnata da una vita di sofferenze e privazioni.

Ma chissenefrega se non si lava. Venga qua doña Mercedes, prenda un po' di latte. Tanto si sa che una volta finito il pranzo rimane in attesa dell'arrivo dei bimbi per fare un secondo giro sulla giostra delle pentolone di doña Carmen. 90 anni, piccina, personaggio ormai storico del quartiere, ha perso purtroppo una parte importante della lucidità mentale degli anni precedenti.

Natale è alle porte. Io e Miriam abbiamo da poco ricevuto ciascuno il nostro regalo da parte degli anziani. Onestamente ne sono rimasto sorpresissimo. E mi ha fatto un piace enorme riceverlo. Perché se potevo aspettarmi che lo facessero a Suor Lucia, che da anni ormai condivide con loro le loro storie, i loro problemi e le loro gioie, così come alla cuoca Carmen, non credevo che dopo soli tre mesi nel quartiere ne fossimo altrettanto meritevoli.

E una riconoscenza, rappresentata da una tazza e da una lettera con le firme di tutti, è probabilmente il regalo più bello con cui arrivare a Natale e concludere questo 2013, dandomi consapevolezza che quanto fatto fino ad ora per il progetto ha portato a risultati positivi, aspetto che magari nella quotidianità della settimana lavorativa non sempre riesco a cogliere in pieno.

Ambiente meraviglioso quello del quartiere di Cochapamba. Oddio, non in senso estetico per le costruzioni eh, un mix tra un insediamento abusivo di coloni israeliani e socialismo reale. Ma per l'impressione di viverci da ben più di tre mesi. Perché la confidenza data dalle persone che si incontrano, quotidianamente o meno, è immediata. Si salta quel livello, spesso comune ai primi impatti delle relazioni umane, di un ghiaccio che si scioglie molto lentamente.

Qui si rompe subito. E il risultato è quello di ritrovarsi subito immersi in una realtà complessa, diversa come non mai da quella cui sono stato abituato vivendo nella mia Bisiacaria. Ma dove, alla fine, le relazioni si sviluppano su poche, semplici cose.

Non conta più, o conta poco, chi sei secondo il curriculum. E' l'aspetto più umano della tua persona quello che emerge, fatto di battute, di risate, di ascolto, di baci, strette di mano e abbracci, e neanche te ne rendi conto che Natale è già arrivato.

A mal tiempo buena cara. Siate positivi. Ricordiamocelo tutti mentre ci scambieremo auguri e regali il 25 dicembre; e quando il 1 gennaio avrà inizio un nuovo anno, con gli stessi sogni, o con vecchi sogni che faranno spazio a nuove speranze, o con nuovi sogni che appariranno all'improvviso, facendo cambiare coordinate al volo della nostra esistenza. Il mio augurio è che nessuno perda le proprie ali per volare.

Auguri a tutti da Quito!

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