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SANTO DOMINGO DE LOS COLORADOS: LA STORIA DI BILLY

 

Di Flavia Saraceni. Per quanto le parole non riescano a rappresentare la vera essenza della povertà, non facciano sentire gli odori, non mostrino il viso delle persone, voglio cercare di raccontare la storia del ragazzo, definito da tutti, il piu’ problematico del progetto.

Si chiama Billy, la sua carta di identità ci rivela che ha 14 anni e che, da quando ha 11 anni, tutti i giorni i suoi piedi scivolano leggeri sul sentiero sterrato che porta al “progetto”. Ha sempre il volto accigliato, con i suoi occhi un po’ insolenti e provocatori, un po’ dolci e sorridenti.

Nato a Santo Domingo de Los Colorados da una famiglia molto povera, è cresciuto nel “barrio” Che Guevara, uno dei più pericolosi della città. Non potrò mai dimenticare le foto della sua “casa di madera”, tirata su con quattro assi di legno, dislocata in pendenza sulle sponde di un fiume, circondata da rifiuti di ogni genere. La pavimentazione è fatta di terra battuta, mentre il tetto è stato improvvisato con teloni di plastica. Senza elettricità né acqua potabile, l’unica luce presente in casa è quella flebile delle candele.

Aveva sei anni quando, davanti ai suoi occhi, ancora ingenui e immaturi, suo padre fu ammazzato. Il signore rubava, ma questa volta non fu il carcere la sua punizione, ad intervenire fu la giustizia di una legge che seppur non scritta, non perdona.

Da allora vive solo con sua madre, che nonostante l’età cerca di mandare avanti la famiglia riciclando plastica, e suo zio con le sue figlie. Una madre con problemi di alcol e dipendenze, uno zio violento, il padre morto. Il mondo degli affetti di Billy si è andato via via sgretolando. Così si spiega la mancanza di quei valori e di quei dati stabili costituiti e trasmessi dai genitori, di cui tutti i ragazzini avrebbero bisogno per un corretto sviluppo.

Ho scelto di raccontare la sua storia dopo una lite con questo ragazzo. I suoi comportamenti aggressivi, impulsivi e disinibiti nei confronti di bambini e professori, a volte, rende il ruolo educativo davvero difficile. Non sempre è facile interrogarsi su quali sigificati conferire a quella rabbia e aggressività. Non volendo dare giudizi affrettati, volevo decifare il messaggio contenuto in quelle urla ed in quei pugni, così ho rimandato ad un momento di maggior calma il dialogo e le spiegazioni. Ho accettato di passare con lui qualche pomeriggio a apprendere insieme i passi base dell’Hip Hop, e così si è creato uno spazio di confronto.

Con grande lucidità ha confessato che il suo problema è che non riesce a controllare la rabbia, soprattutto in questo momento in cui l’unica cosa che vorrebbe è trovare un lavoro per aiutare sua madre. La violenza attuata negli ultimi giorni, era sua la maniera di chiedere aiuto. Strategia ben comprensibile se si pensa all’ambiente fisico e sociale da dove egli proviene.

A volte dalla conoscenza di queste realtà e dalla difficoltà di trovare soluzioni e risposte pratiche, scaturisce la complessità del mio lavoro. A volte mi sento stanca, sento che la sola la volontà di cambiare le cose non basta. Sono convinta che un intervento per migliorare la qualità della vita dei ragazzi, dovrebbe riguardare tutti gli aspetti della loro esistenza. La situazione economica, abitativa, familiare e relazionale.

 

Non possedendo una bacchetta magica per cambiare la realtà, continuo a mettere tutto il mio impegno e la mia energia in questo progetto, che tanto fa e che tanto spero continui a fare per questi ragazzi, perché la speranza può cambiare ciò che sembra impossibile.

 

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