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"Fare il bene e farlo bene" (San Leonardo Murialdo)

LA “PASTORELA” NATALIZIA DI SAN JOSÉ OBRERO

Di Giuseppina Zaccaria. Con i ragazzi della scuola secondaria del “Apoyo escolar de la Parrocchia di San José Obrero”, quest’anno abbiamo deciso di organizzare una “Pastorela” per la recita natalizia di fine anno.

La Pastorela non è solo la rappresentazione teatrale della nascita del Bambino Gesú, come siamo abituati noi in Italia con il presepio vivente, è molto di più: è un misto tra teatro, fede e divertimento. Come genere teatrale fu creato e introdotto in Messico dai Missionari Francescani, il primo ordine religioso che arrivò nel Nuovo Mondo nel XVI secolo. Tra le varie strategie utilizzate per diffondere la religione cattolica e conquistarsi la fiducia delle popolazioni indigene, i religiosi idearono un’astuta opera teatrale che fondeva elementi sacri del tradizionale presepio cattolico con alcuni aspetti della primitiva drammaturgia della cultura Náhuatl. La prima “Pastorella Natalizia Messicana” di cui si è a conoscenza fu messa in scena nel 1530 dal frate Andrés de Olmos.  Fu scritta e interpretata in lingua náhuatl, in modo che potessero comprenderla tutti i nativi, e i paesaggi furono accuratamente adattati alla mentalità indigena e all’immaginario del Messico dell’epoca. Nei dialoghi e nella sceneggiatura non mancavano mai riferimenti al nopal (cactus), al mais, alle tortillas e al chile (peperoncino). Grazie alla musica, alle danze e all’abbondanza di fiori e colori, il Padre Olmos  entrò direttamente nel cuore dei nativi, che consideravano questi elementi parte indispensabile delle festività.

 

Obiettivo della Pastorela era quello di avvicinare le popolazioni indigene alla cultura cattolica e viceversa, in modo da adattare la nuova religione ai tratti di un popolo così diverso e lontano, e di convertire, così, sempre più gente. Poco a poco, grazie al lavoro di autori laici, l’opera teatrale ha perso l’aspetto prettamente religioso, assumendo un carattere sempre più popolare, e trasformandosi, oggigiorno, nella rappresentazione più vera e tradizionale del Natale messicano, riflettendo usi, costumi e forme di vita delle varie classi sociali, includendo battute e doppio senso e scene comiche e divertenti, senza però mai perdere totalmente la trama principale e il senso più profondo della rappresentazione.

 

L’argomento base della Pastorela, infatti, è la storia di un gruppo di pastori in cammino per Betlemme, dove andranno ad adorare il Bambino Gesú appena nato, e di un gruppo di diavoli che, mettendo in scena ogni tipo di ostacolo, cercheranno di impedire a tutti i costi quest’incontro. In un tono festivo e divertente tutta l’opera si basa principalmente sulla lotta dialettica tra pastori e diavoli, la lotta universale tra il bene e il male, che termina, inevitabilmente, con un finale felice. Al termine della recita, infatti, vince sempre il Bene, Lucifero viene sconfitto da un angelo, e i pastori riescono ad arrivare al Bambino Gesú, consegnarli i regali e cantargli “Villancicos”, i tradizionali canti natalizi messicani.

 

Oltre ai pastori, i diavoli e gli angeli, sono presenti in scena anche la Vergine Maria, San José e il Bambino Gesù, che però passano sempre in secondo piano. Protagonisti indiscussi dell’opera sono infatti i pastori: personaggi comici, tonti, golosi, affamati e pigri, disposti a cadere nelle tentazioni carnali che gli propone Lucifero e ad abbandonare il giusto cammino anche solo per un bicchiere di vino. La figura di Lucifero, saggio e divertente, sempre con una battuta a doppio senso pronta per l’uso, si oppone a quella dell’Arcangelo Gabriele, stupido e ingenuo anche se ben intenzionato.

 

Tramite i dialoghi dei pastori e le continue domande che si fanno l’uno con l’altro, che a causa della loro confusione e ignoranza non sanno nemmeno perché sono in scena, poco a poco si va svelando la storia del pellegrinaggio di Maria e José, della nascita del Bambino Gesú, del cammino dei Re Magi, della Stella Cometa, e, infine, di tutta l’opera.

 

Certo, la nostra Pastorela non era ovviamente così elaborata, non l’abbiamo recitata in Nahuatl e l’ambientazione non era poi cosi pre-Ispanica, però, c’eravamo tutti: i tre pastori un po’ tonti e un po’ brilli che non sapevano nemmeno dove si trovassero, interpretati de un meraviglioso José Luis, afono il giorno della recita; da Mario, che aveva imparato solo la metà delle sue battute e andava in giro con il bastone di ferro del nonno zoppo; e da Victor che, alla vista della diavolessa sull’altare il giorno dell’opera, si è completamente paralizzato. Beh, non aveva tutti i torti perché Judith vestita da diavolo e muovendo la coda era davvero diabolica. C’era Maria, interpretata da Ingrid, una ragazzina con due occhi grandi grandi e un cuore e una dolcezza infiniti, che, a dieci minuti dell’inizio dell’opera mi afferra per un braccio e disperata mi urla: “già stanno entrando i bambini in Chiesa!!”, ed io: “Come?”, “GIÁ STANNO ENTRANDO I BAMBINIIIIII”, mi prende e mi trascina sull’altare per farmi vedere l’inizio della sua presunta fine; tutta un’attrice sull’orlo di una crisi di nervi, meravigliosa. C’era poi la cugina di Maria incinta, Isabel, interpretata da Liz, che fino a due minuti prima di entrare in scena continuava a chiedermi arrabbiata del perché non le mettessi anche a Maria un cuscino sulla pancia visto che in teoria anche lei era incinta, e la cui sedia a rotelle non è mai stata e mai sarà un impedimento, grazie alla sua incredibile determinazione. C’era, poi, anche San José, interpretato da Lallo che, anche non dicendo una sola battuta in tutta l’opera, grazie ad una sorpresa finale nell’ultima scena si è conquistato l’attenzione di tutti; e infine i due angeli, l’arcangelo Gabriele, divertente e un po’ ambiguo, interpretato da Marco, che indossava un paio di ali più grandi di lui e che era nervosissimo perché continuava a dire che erano storte; e l’angelo della giustizia dell’ultimo atto, interpretato da una meravigliosa e serissima Cristina, talmente emozionata che è riuscita a dire la sua battuta di quasi quattro righe di quaderno tutta d’un botto, senza mai batter le chiglia, e credo senza mai prendere fiato.

 

Sono stati belli, bellissimi nella loro tutta disordinata Pastorela i ragazzi di secondaria. Erano talmente emozionati che si sono dimenticati quasi tutte le battute, fino all’ultimo momento ancora non sapevano come si sarebbero vestiti, non avevamo una cassa per la musica, le luci, il vestito della diavolessa era scomparso nel nulla; insomma, sembrava che tutto sarebbe stato un totale disastro, ma appena sono saliti sul palco, tra un suggerimento, uno spintone per indicargli dove andare, un grido inumano dietro le quinte che non si è ancora capito da chi sia uscito, le loro risate nervose ed emozionate e, bisogna dirlo, la pura improvvisazione, tutto è filato liscio, ed è stato un successo.

 

Ah, la sorpresa della scena finale della recita: un bimbo, il fratellino di Judith, che a soli tre mesi ci ha fatto il regalo di interpretare il Bambino Gesù! Però, non nelle braccia della Vergine Maria, come  vuole la tradizione, ma in quelle di San José! Perché anche il papà deve prendersi la responsabilità dei propri figli! Ed infatti é questo il nostro personalissimo messaggio della Pastorella 2014 del gruppo di secondaria  della Parrocchia di San José Obrero!

Buon Natale a tutti !!

 

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