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EBOLA, UN ALTRO CALVARIO PER LA POPOLAZIONE DELLA SIERRA LEONE

Di padre Luigi Cencin, superiore della Vice Provincia di Africa. Ebola, un altro calvario per la popolazione della Sierra Leone. La brutta esperienza della guerra stava per essere lasciata al passato e le ferite erano quasi rimarginate. Da mesi un altro disastro è arrivato, inaspettato, sconosciuto e triste: ebola.

Tutta la nazione ne è coinvolta, sei milioni di persone che soffrono nello stesso tempo. Non c’è nessun angolo della nazione che non se sia coinvolto, chi più, chi meno tutti soffrono. Non una città non un villaggio che sia esente da paura, sofferenza e morte. A tuttora, Novembre 2014, il problema sussiste ed è grave. Si continua a morire, di bocca in bocca passa la notizia di persone che sono morte.

E’ un’epidemia insolita, strana. Colpisce nel momento che stai assistendo chi è malato, nel momento pietoso della morte di una persona cara. Se ti ammali, rischi di essere isolato, trattato male, anche abbandonato. Dopo morto metti paura e panico. Sei disonorato al momento della sepoltura.

Il tessuto sociale viene intaccato. I mariti proibiscono alle mogli di assistere chi è infermo. Le donne diventano sospette, possono contrarre e disseminare morte. I bimbi non devono passare da un abbraccio a un altro, non li accogli con gioia, ma li tieni a distanza! Il saluto reciproco è ora formale, non ci si scambia il segno di pace in chiesa, le scuole sono chiuse, i ritrovi sono proibiti. Evita il contatto quando prendi un mezzo pubblico, non andare in casa d’altri. Non devi soccorrere chi sta per morire, i funerali sono proibiti. Sei seppellito subito, dagli “addetti al lavoro” e il posto dove riposavi viene briciato. Che tristezza!

Quanti orfani ha causato questa epidemia! Quante vedove! Quante famiglie disastrate! Quanta gente abbandonata! Quante donne incinte private di attenzioni! Quanti ammalati sono “immondi”!  Quanti poveri ridotti a miseria!

E poi c’è il doloroso aspetto di chi ne approfitta e “pesca nel dolore”. Si sentono dichiarate somme enormi di denaro e di aiuti concessi da enti internazionali e che dovrebbero servire a portare sollievo a chi ha fame, soffre e muore. Dove sono? Vai in giro e vedi costruzioni “da serraglio” fatti con teloni e paletti di legno. Il materiale per analisi e da laboratorio non è ancora arrivato nei centri. Dottori e infermieri sono ancora alloggiati negli hotel. E’ il caso di dire: “E’ illegale” quanto succede, “è immorale” l’atteggiamento di molti, e specialmente delle autorità pubbliche, nazionali e internazionali.

E peggio ancora il sospetto: i potenti della terra stanno osservando il fenomeno per imparare come reagire in caso di ebola nei loro paesi ricchi, e fintanto che non hanno raccolto tutte le informazioni loro necessarie, ebola continuerà. Una volta soddisfatti, ebola sarà debellata. Allora saranno migliaia le persone morte.

Pur nella lentezza e fra tante difficoltà qualcosa si muove. Qualche struttura sanitaria si sta attrezzando, e qualche centro per l’assistenza si sta organizzando. Nonostante le voci contrarie, il mondo cattolico si sta dando da fare. Congregazioni religiose come i Fatebenefratelli, noi Giuseppini, i Xaveriani, le suore di Cluny e le Clarisse e altre hanno dato segno di solidarietà e impegno. Le parrocchie, le Diocesi, i gruppi e singole persone si avvicinano e soccorrono famiglie e casi bisognosi. Si raccoglie e si distribuisce specialmente alimenti. Però quanto c’è ancora da fare!

La gente sta prendendo consapevolezza della gravità della malattia e reagisce. Si è più prudenti e attenti, però l’ignoranza, la stigmatizzazione e la paura sono comunque ben lungi da essere completamente controllate. Si organizzano centri di sensibilizzazione e prevenzione per provocare responsabilità.

E si prega. Si prega molto: “O God, our people are suffering, our people are dying.  Father, loving Father, we come to you in need of your protection.  Defend us from Ebola. Save us, O Lord”!

Di padre Luigi Cencin, superiore della Vice Provincia di Africa


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