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ENGIM Internazionale (Formazione, Cooperazione, Sviluppo)

"Fare il bene e farlo bene" (San Leonardo Murialdo)

UNA STORIA COME TANTE …

Di Giuseppina Zaccaria. Daniela, 16 anni, a fine agosto avrà il suo primo bimbo, probabilmente una bimba. Maria del Refugio, 35 anni, una mamma distrutta dal dolore.

Oggi il nostro progetto di “Adopciones a distancia” ci ha portate in questa casetta nella periferia dell’estremo oriente della città, dove vive Miguel, un bimbo di otto anni, che dovrà scrivere la letterina di Natale al suo padrino in Italia. In pieno luglio. La signora ci fa entrare, la mia compagna di lavoro la conosce ormai da anni, le chiediamo come va, come stanno i suoi figli; poi, le chiede della figlia più grande, Daniela.

“¿Daniela? No, ¡pues ya está panzona! ¿Tú crees? Se fue con un chamaco. Se la robó en diciembre. ¿Tú crees? Está  loca, estos chicos estan locos. Y ya ... Ya no vive con nosotros”.

La signora inizia a giocare con la tovaglia, cerca di distrarsi e di distrarci, cerca di parlare di altro, come se la cosa non le importasse, come se tutto fosse sotto controllo. Cambia discorso, ci parla degli altri figli. Miguel, che quest’anno entra in quinto, Juan che ha lasciato la scuola per andare a lavorare con suo padre.

Ma continua a tornare sul discorso di Daniela, “Su papá está desesperado” ci dice, “todavía llora por ella cada noche, no lo puede creer”. “Es que ella era todo para él, ¿entiendes? Era su corazón”. “Es que nosotros queríamos algo más para ti Daniela”, le dijo su papá. “Que estudiaras, que te fueras a la universidad, que te fueras a otro lado, que agarraras otro camino”.

La signora inizia a piangere, mi viene un nodo alla gola, penso a quello che potrei dire, o fare. Penso ai miei genitori. Anche loro avrebbero voluto un futuro diverso per me: un lavoro stabile, un fidanzato “normale”, un matrimonio, un nipotino. Siamo fatti per deludere i nostri genitori, penso.

Maria continua a piangere, dovrei dire una parola di supporto,“Giusy ... Dì qualcosa”, mi dico, però non so da dove iniziare ... conforto? comprensione? animo? accettazione? riorganizzazione? Che si dice in questi casi? Avrei dovuto porre più attenzione alle lezioni sull’elaborazione del lutto nella facoltà di Psicologia.

“Se chingó la juventud mi hija. Daniela tenía toda la vida por delante. Lo decia siempre ella también. Que no se quería embarcar, que quería continuar sus estudios. Es que Daniela se quería ir de esta colonia. Y ahora vive allí, a unas calles de su casa, en un lugar aún más pobre. ¿Qué le puede ofrecer ese mocoso? Sólo porque fue el primero que le habló bonito; el primero que la llevó a pasear. ¡Es que ella todavía es una niña!”

Si, una bimba. Daniela è ancora una bambina. Però in queste colonie si cresce in fretta, devi crescere in fretta, se non vuoi soccombere, se non vuoi che la strada ti divori, che il nulla si impossessi della tua vita. Penso alla mia infanzia dorata, alla mia adolescenza protetta, un figlio a sedici anni ?? No, non lo avrei mai potuto nemmeno immaginare. E poi andar via da casa, da un giorno all’altro, incinta, senza un soldo, con un fidanzato disoccupato, conosciuto da due mesi. Sento un vuoto nel petto, inizio a sentire l’angoscia di Daniela. Mi vedo a 16 anni, con le mie amiche, i mille progetti di vita, l’adrenalina che ti scorre tra le vene, la voglia di finire in fretta la scuola e andare all’Università, il desiderio di scappare da quel maledetto paesino senza storia del Sud d’Italia.

“Es que no le faltaba nada, ¿entiendes?. Yo no sé porqué se fue. Y ahora está tan flaca, ¡¡¡no come!! Quién sabe si le dan de comer. Allí, en la casa de los suegros, allí el abuelo manda todos. El decide lo que tienes que hacer y si te puedes sentar a la mesa, ¿tú crees? Aquí no le hacía falta nada. Nosotros somos pobres, pero mi marido trabaja, ¡comemos todos los días!”. “Yo le dije <Daniela tienes que comer, ¡¡ahora tienes que comer para dos!!>. Pero ni cuenta se da ella, ¡¡Está loca!!”.

Mi chiedo se quella di Daniela sia solo pazzia, come dice sua madre, o qualcosa di più. Mi chiedo se la voglia di scappare, il desiderio di cambiare, di riscattare la propria vita non l’abbia portata a fare tutto questo. Se al contrario non sia coraggio il suo, un tentativo disperato di uscire da un circolo vizioso in cui è inevitabilmente caduta. O solo un crudele gioco del destino: il primo amore, la gioia, le farfalle nello stomaco, l’illusione di essere immortali, l’irresponsabilità … una gravidanza indesiderata; l’angoscia di dirlo ai genitori; la paura di quello che dirà la gente; una bugia dietro l’altra; la disperazione; la notte; la fuga; la casa dei suoceri. Il buio.

“Todos dicen que deberia ir por ella, <Tienes que ir, agarrarla para el cabello, y llevartela a la casa>,  dicen todos. Pero yo no puedo” ci dice Maria. “Ella tomó su decisión, yo le dije < si quieres, puedes regresar> Pero no la voy a obligar. Sinó va a ser peor” una lunga pausa…

“Es que yo no quería que mi hija se quedara en la mediocridad, como toda la gente de aqui, como nosotros”.

C’è dolore e rabbia nelle parole di Maria. Penso a quanto sia difficile essere mamma, penso alla mia a 10 mila chilometri di distanza.

Penso a Daniela, ennesima vittima di un circolo perverso a cui sembrano predestinate le donne che vivono “en este rincón del mundo”. Una maledizione che si ripete ... da mamma a figlia, da nonna a nipote …

L’istruzione, l’informazione, la cultura, forse, le uniche armi contro questo interminabile circolo vizioso. Armi cosi lontane da queste colonie nella zona oriente della città.

“Partorirà a fine agosto Daniela, in casa dei suoi genitori. Ha annunciato che rimarrà li per i primi giorni dopo il parto. Cosi ha detto a sua madre: “Creo que me voy a quedar en la casa unas semanas, mamá;  para descansar un ratito, y para que alguien venga a visitarme. Es que allí no me va a visitar nadie...A ver si mis amigas me llevan algún regalo. Me gustarían unos zapatitos rosados” ... E’ una bambina Daniela.

 

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