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ENGIM Internazionale (Formazione, Cooperazione, Sviluppo)

"Fare il bene e farlo bene" (San Leonardo Murialdo)

DACIA MARAINI VISITA LA SIERRA DI MEDELLIN.

In occasione della 24ª edizione del “Festival Internacional de Poesia de Medellin”, che si tiene ogni anno nel capoluogo della provincia di Antiochia, la poliedrica scrittrice italiana Dacia Maraini, partecipante all’evento, ha voluto visitare i luoghi del barrio “La Sierra” in cui ENGIM implementa il progetto educativo “Insieme per crescere”.

Dopo una breve conversazione con padre Carmelo Prestipino circa la delicata situazione sociale del barrio, dove i padri Giuseppini operano dal 2005, si è recata, accompagnata da un piccolo seguito di personalità legate al mondo dell’arte, nei luoghi in cui negli anni scorsi si è consumato uno dei conflitti tra bande armate di quartiere, tra i più cruenti che la città abbia mai conosciuto.

Mentre risaliamo la viuzza che taglia il barrio da cima a fondo, leggo nel suo sguardo di donna avventuriera una placida attenzione per l’ambiente circostante. Il suo intento è quello di raccogliere del materiale per la redazione di un racconto il cui tema centrale, non siamo sorpresi, verterebbe intorno alla condizione sociale della donna in un contesto postbellico come questo.

Dacia svolge la sua intervista ad una donna del barrio con impassibile meticolosità, annotando sui fogli di un comune quaderno a righe tutte le informazioni che vengono puntualmente tradotte per lei da padre Carmelo e da Oreste Donadìo, pittore di Medellin e fratello di Lucia, responsabile quest’ultima di “Sílaba Editores”, una piccola casa editrice colombiana grazie alla quale Dacia ha, in questi giorni, pubblicato una raccolta di poemi intitolata “Noche de fin de año en el hospital y otros poemas” (traduzione in lingua spagnola di “Notte di Capodanno in ospedale”.

Mentre passiamo al setaccio il burrascoso e triste passato della donna intervistata, mi chiedo qual è il ruolo dell’arte nei processi di pace come quello appena intrapreso dalla comunità del barrio; mi domando in che modo possano gli artisti favorire una cultura della pace in luoghi dove “la pace” è sempre stata percepita e pensata come interstizio temporale che corre tra una guerra e l’altra, tra una morte e l’altra, se viene sentita come il silenzio che va dall’ultimo sparo di un conflitto concluso e il primo botto di un conflitto a venire. La risposta alla mia domanda sembra essere a portata di mano.

Conclusasi la visita-inchiesta, e lasciati alle spalle saluti e convenevoli sorrisi, ci dirigiamo al “Comedor San José”, una delle due mense presenti nel quartiere e gestite dai Giuseppini, che ogni giorno ospitano più di 300 bambini; Dacia pare essere genuinamente incantata dalla solerzia con cui le donne al suo interno svolgono questo importante servizio in favore della comunità. È poi la volta della “Escuela Empresarial”, istituzione educativa con cui collaborano i Giuseppini.

Al termine della visita al barrio ci dirigiamo al centro della città per condividere il pranzo. Attorno alla tavola, in un vortice crescente e incessante di sensazioni parafrasate, si mescolano ricordi, esperienze, racconti, opinioni e pittoresche immagini senza tempo, appartenenti a un passato in cui, spiega Dacia, gli artisti solevano incontrarsi senza previo appuntamento da “Rosati”, storica ed elegante caffetteria al centro di Roma, per conversare davanti ad una buona tazza di caffè. Parla con un certo fervore nostalgico di quel tempo in cui gli artisti erano ancora in grado di determinare cambiamenti culturali notevoli e, sull’onda di questo pensiero, decido di proporle il mio quesito … Prima che la sua voce prenda corpo nel tentativo di rispondermi, aggiungo alla mia domanda una considerazione che può cambiare il valore della risposta, modificarne l’argomentazione, vanificare la tesi che sta già per proferire.

Le faccio notare che il livello culturale medio, da queste parti, è certamente più limitato rispetto ad altri contesti, e che ciò che funzionerebbe in altri Paesi non è detto che funzioni qui, un Paese, la Colombia, in cui, per intuibili ragioni, la presenza di conflitti armati risulta essere un fattore incidente nelle inchieste relative al fenomeno di abbandono scolastico, in cui il rischio di trovarsi in mezzo a fuoco incrociato in pieno giorno ha indotto negli anni passati molte madri a non mandare i propri figli a scuola. La Colombia è un Paese in cui l’offerta formativa resta scarsa e poco attrattiva. La Maraini, pensosa, ricalibra la sua risposta alla luce delle mie puntualizzazioni che pare consideri valide. Storicamente, spiega, l’artista ha avuto il ruolo di guidare intere popolazioni attraverso le tante fasi di cui si compongono i processi di cambiamento culturale, siano essi di carattere progressivo e tenue o  vere e proprie rivoluzioni.

Questo perché il patto sociale su cui poggiava il loro impegno civico li ha rivestiti di una responsabilità che, con maggior convinzione in passato, hanno sostenuto ben volentieri almeno fino al secondo novecento, fino al momento cioè in cui si è cominciato a parlare con più intensità di comunicazione di massa e rivoluzione mediatica. In questo caso, conclude sommessamente, sarebbe opportuna una profonda e capillare campagna di sensibilizzazione che miri alla costituzione di una coscienza civica e al recupero dei valori legati alla pace, adombrati questi ultimi da tanti anni di conflitto.

Ci passa accanto un gobbo sassofonista dall’aria avvilita. La conversazione lentamente muore fino a dileguarsi del tutto. È il momento dei saluti. Arrivederci Dacia.

Antonio Facendola, volontario ENGIM a Medellin

Le foto sono state gentilmente concesse da Regina Maria Sepulveda Arroyave

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