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"Fare il bene e farlo bene" (San Leonardo Murialdo)

AHORITA LLEGO

Di Arianna Brioschi. Marzo e la primavera, più che altro l’estate. Il caldo non da tregua, alcune volte “llega el fruente frio” dicono, parliamo di una ventina di gradi. Temperature a parte, questo mese mi ha fatto un regalo bellissimo. Non è quantificabile, non è spiegabile a parole, non so se posso disegnarlo.

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Sono quattro mesi che vivo in Messico, un terzo del tempo che passerò qui, 121 giorni di emozioni grandi, violente, inaspettate, dure alcune volte. Ho voglia di tirare le somme e raccontarmi un po’, giusto per raccogliere le idee.

Sono Arianna, ho 24 anni e vivo in America, nel cuore del deserto di Sonora, città di Hermosillo.
Qui mi innamoro della vita all’incirca 24 volte al giorno, sì, tante quante sono le ore di un giorno. Perché qui ogni ora succede qualcosa di inaspettato e imprevedibile: la vicina di casa che ti prepara un panino quando torni, stanca, dalla giornata di lavoro, i bambini che ti regalano un fiore alle tre del pomeriggio e te lo richiedono indietro alle quattro “perché è troppo bello maestra, devo portarlo a mia nonna”, Padre Livio che ormai non parla più italiano, ma alcune volte usa parole in dialetto piemontese, Martin, il signore delle tortillas che ogni mattina ti chiede come stai, se hai mangiato, se vuoi una tortilla de harina o de mais, ma si risponde da solo, “porque claro, a ti gusta de harina, güera” (aggettivo che qui usano per le persone con la pelle chiara).

Hermosillo è ospitale, è calda, terribilmente calda. Profuma sempre di carne asada e ogni volta che vado a lavorare e sono seduta nel cassone del pick up vedo qualcosa di nuovo, che non sempre significa bello, come i ragazzini di dieci anni con la faccia tumefatta dalle botte che ti chiedono se possono pulirti i vetri dell’auto, come il signore cieco e senza gambe che all’angolo della strada sorride sempre, perché la vita gli avrà tolto molto, ma non il negozio di fiori lì affianco che profuma di vita.

E io guardo, tutto, in silenzio, come fosse un quadro in movimento.
In Messico devi lasciarti trasportare dalle domande, dalla polvere, dalle domande imprevedibili dei bambini, dall’afa, dai ritmi lenti, e capire che “ahorita” non è un’oretta, ma un tempo indefinito, che un po’ devi interpretare, un po’ capire da solo.

Nel tuo piccolo puoi fare qualcosa, ma allo stesso tempo sai che non puoi cambiare radicalmente le cose.

Qui bisogna agire in punta di piedi, senza pretendere, senza imporsi. A me hanno insegnato però, e io ci credo fermamente, che il mondo puoi lasciarlo un po’ migliore di come l’hai trovato.

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