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"Fare il bene e farlo bene"

(San Leonardo Murialdo)

TRE SEMPLICI REGOLE PER AFFRONTARE UN ANNO DA COOPERANTE ED USCIRNE, TUTTO SOMMATO, BENE

Di Marco Dalla Stella. Vivere all’estero non è, di per se, qualcosa di realmente difficile. Solitamente si risente più della diversa alimentazione, a cui siamo culturalmente portati a legare i nostri affetti ed i nostri ricordi, che delle differenze linguistiche e culturali.

Farlo però all’interno di un’esperienza di cooperazione allo sviluppo, e soprattutto farlo con il servizio civile, porta con se una serie di problematiche e difficoltà specifiche ed insolite a cui pochi volontari in procinto di partire sono “pronti” (a meno di non aver già un bel bagaglio di esperienze pregresse).

Questo accade principalmente per due ragioni. In primo luogo, il paese/città/quartiere in cui il volontario si trova a vivere è di solito un’area del mondo che si definirebbe “povera”, o “problematica”. In cui cioè mancano in parte o del tutto alcune delle comodità a cui un ragazzo bianco europeo, nato durante gli anni del boom economico e poi laureatosi a pieni voti non ha mai, probabilmente, dovuto rinunciare. Di queste solo alcune, le più banali, sono di natura materiale. La maggior parte delle rinunce che si dovrà fare avrà a che vedere con la sfera dei servizi e delle libertà personali, comportando perdite talvolta consistenti sui propri standard in materia di facilità di spostamento, accesso alle cure mediche, gestione del tempo libero, etc.

Ovviamente, la quantità e la qualità delle rinunce da dover effettuare sarà diversa a seconda del Paese e della città di destinazione. Ciò nonostante, potrebbe non essere semplice abituarsi a vivere secondo standard diversi, ma che verosimilmente sono quelli del 99% dell’umanità.

Altre difficoltà avranno a che fare la natura del servizio che il volontario sarà chiamato a svolgere. Se a volte è difficile “inquadrare” dall’Italia la figura ed i compiti del cooperante, questo potrebbe diventare impossibile una volta giunti sul posto. Lavorare in contesti in cui le contingenze quotidiane sono spesso le uniche che si riesce ad affrontare significa infatti anche doversi muovere nell’improvvisazione e nella non chiarezza, nel disordine e nell’ambiguità.

Pensando dunque ai volontari che partiranno per esperienze simili pensato di scrivere le tre regole che mi sono state di aiuto durante il mio anno di servizio civile. Non si tratta di regole fisse e ve ne saranno sicuramente altre. Nel dubbio però vi consiglio di scrivervele su un foglio da tenere sotto al letto. 

  1. Prendersi il proprio tempo. E’ vero, un anno passa, ma non in fretta. I primi 3-4 mesi serviranno per capire dove si è e con chi si ha a che fare, cosa si aspettano che facciamo e quali sono i rapporti di potere e mettere a punto la lingua con qualche modismo locale che, sorpresa, aprirà più porte di quante si potrebbe pensare. Sperimentare è la parola d’ordine e prendersi un po’ di più tempo all’inizio potrebbe rivelarsi fondamentale per ottimizzare il lavoro nei mesi che seguiranno.

  2. Non dipende tutto da noi. Il progetto esisteva prima del nostro arrivo ed esisterà (ci si augura) anche dopo che ce ne saremo andati. L’apporto del cooperante sarà un mattoncino in più in una grande torre di “djenga”, in cui la cosa che più conta è trovare il punto strategicamente più importante per stabilizzare la costruzione. Diversi fattori potrebbero tentare il cooperante di farsi carico di più problemi di quanti sarebbe lecito aspettarsi, correndo così il rischio di sovraccaricarsi di responsabilità, aspettative e stress. Un’oculata gestione delle energie è quanto mai necessaria.

  3. Possiamo fare molto più di quanto crediamo. Speculare alla regola precedente, ci ricorda di non sminuire le proprie capacità né le possibilità di dare un contributo piccolo ma decisivo. Statisticamente, è probabile affrontare un momento di crisi in cui il progetto sembrerà una chimera e la vostra presenza sul luogo del tutto superflua o perfino non gradita. Prendere coscienza che tali situazioni non sono delle eccezioni nel vasto e complesso mondo della cooperazione, quanto piuttosto la normalità, propizierà un cambio di prospettiva necessario per trovare il proprio ambito in cui contribuire. Le doti di resilienza saranno messe a dura prova, ma ne sarà valsa la pena.

 

 

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